Generosamente accordandoci la Sua presenza,  il Maestro Fausto Taiten Guareschi, successore nel Dharma dei Maestri Narita Roshi  e Taisen Deshimaru, Secondo Abate del Tempio Zen “ Fudenji”, ci ha regalato, e di questo vorremmo accogliesse subito tutta la nostra gratitudine, la possibilità di patire il brivido di un incontro  genuino, vivo, con la Maestria.
La Maestria è la sempre libera espressione delle abilità pre-consce che si manifestano nell’immediatezza dell’agire incondizionato, nell’azione totale e per ciò stesso eccellente.
E’ questo l’agire proprio di chi vive il coraggio di affrontare ciò che è intimamente riconosciuto come ineluttabile, necessario, il tutto nello spirito di quella semplice, generosa osservanza che è “IMPLICAZIONE TOTALE” in tutto ciò che 'occorre fare'.
Non è semplice incontrare un Maestro, neppure quando questa possibilità appare scontata alla luce di una sua presenza in termini tangibilmente fisici. Per “vedere” un Maestro occorre esercitare un fiuto eccezionale, animale, che ci faccia capaci di essere attratti, oserei dire “eccitati”, dal sentore di una PRESENZA. Questa delicata sensibilità apre allo sguardo poetico, contemplativo, solo con il quale si può realizzare l’incontro, si badi bene, non con UN Maestro, bensì con IL Maestro. Non esiste mai UN Maestro. IL Maestro può solo rivelarsi, esserci. Ciò può accadere solo se riconosciamo in noi IL discepolo, ossia colui capace di vedere che “quando un fiore spensieratamente sboccia, una farfalla spensierata arriva al fiore, così come quando una farfalla giunge un fiore, sempre, s’apre” (esplicito richiamo ad un’immagine magistralmente tratteggiata dal Maestro Zen RYOKAN, 1758 -1831).

Oggi viviamo un’occasione unica di riconoscerci discepoli. Ma perché ciò accada questo nostro incontro deve esperirsi attraverso uno stile che permetta di evitare ciò che J. Hilmann definirebbe “l’inflazione psichica dell’Io”. Non può dunque risolversi in un incontro di Io, in virtù del quale ci potremmo sentire in dovere di essere “efficienti”, “efficaci”, “di rispondere a tono”, “di non divagare”, "di essere convincenti". In tal caso saremmo irrimediabilmente irretiti dal e nel pensiero orientato, che in definitiva è puro io. Meglio sarebbe se riuscissimo ad immergerci in un flusso di coscienza, in un’elaborazione cosciente tipica della realizzazione artistica, la quale richiede intensità di sguardo, pensiero riflessivo, sensibilità estetica; in altre parole richiede l’affidamento a quella consapevolezza che si realizza attraverso i sensi.
La nostra stessa pratica dell’Hatha Yoga è proposta come “ MEMENTO LITURGICO” dedicato a chi, come noi, riconosce di soffrire l’atrofia progressiva delle qualità e virtù “del buon vivere e del buon morire” (come direbbe Ivan Illich). Esercitandoci nell’Hatha Yoga tentiamo di recuperare un’autonomia somatica, ossia la fiducia in ciò che si sente, si percepisce del proprio e altrui stato dell’essere. Ci impegniamo in questa prospettiva perché siamo coscienti di essere vittime non incolpevoli di una disincarnazione della percezione. Questo “sonno estetico” dei 6 sensi, che il Maestro Taiten ricorda essere “totalità simbolica che dissolve ogni risoluzione totalizzante”, si evidenzia in uno stato di tensione permanente relativa ad ipotetici rischi sentiti come  incombenti. Non a caso sempre più persone si affidano  ad esami prognostici per sapere come stanno! Questa nevrotica pre-occupazione anima un atteggiamento che condanna a temere ogni incontro, ogni avvenire come qualcosa che colpirà dolorosamente per la colpa di non esserci preparati in tempo! Così vivendo ci si autocondanna ad un inferno coscienziale, ad uno stato di sospensione a-topico e a-cronico che è l’antitesi del liberatorio qui-ora.
Il nostro stile di pratica, ricorre ad espedienti ( UPAYA) che favoriscono lo sviluppo di circuiti ideo-motori inediti, cortocircuendo la reattività "compulsiva" agli stimoli ambientali, mentali ed emotivo-istintuali. Tentiamo, con spirito giocoso, serio e mai serioso, di implicarci in una proposta formativa, dai forti accenti provocatòri, la cui prassi puo' favorire l'acuirsi di  un’attenzione 'animale', lucida e pronta all'evenire dell'evenienza! Tale riflesso estetico introduce  in una dimensione evocativa in virtù della quale ogni fenomeno può essere interiorizzato come particolare, unico, sintomo di un’ulteriorità. Per questo ci spiace vedere includere la pratica yogica tra le cosiddette terapie somatiche le quali, in fondo, dei sintomi vogliono solo sbarazzarsi.
Vorremmo cogliere oggi l’opportunità di immergerci in quel campo di forze spiritualmente formatrici che è il SANDHYAKAL letteralmente “il Tempo di Preghiera”, ossia  un momento di sospensione del pensiero che si pensa, che, come ricorda il Maestro Taiten, “sfrutta se stesso”, orientato com’è allo scopo e alla soddisfazione di desideri e bisogni.
Questa alchimia interiore, alla quale aspiriamo, può realizzarsi in occasione di questo nostro incontro proprio grazie alla dirompente forza provocatoria di un uomo che lo testimonia con e nella sua BIOS–grafia. Utilizzo questo neologismo, da spicciola licenza poetica, perché la parola Bios (vita)  rende  il senso più forte ed autentico di curriculum vitae come forma di vita. Ci troviamo infatti di fronte ad un uomo, il Maestro Taiten, che si è dedicato al vivere la vita coltivando con pazienza il coraggio di non farla propria bensì di offrirla, ergerla (ecco perché gli si offre un rialzo sul quale sedere) a testimonianza. Solo così  la sua Bios-grafia continuerà ad essere evocativamente emblematica, esemplare; non una storia che si pretende vera ma un racconto mitico, ossia una storia vissuta perché testimoniata, dunque autentica perché narrata da testimoni. Quei testimoni oggi potremmo essere noi se solo accogliessimo l’invito alla contemplazione che la stessa presenza del Maestro Taiten formalizza, così da poter annunciare: “così ho udito” e dunque rispettosamente aggiungere una parola, una “grafia”, al racconto, al Bios di Fausto Taiten Guareschi.
Ma per testimoniare, raccontare, occorre che le nostre menti si liberino, liberandosi di se stesse. Possiamo correre il rischio di una ri-nascita, un’epifania del noi come stessi, ipse, dinnanzi agli occhi di quel noi che nel quotidiano solipsismo autoreferenziale ci raccontiamo di essere. In fondo le storie veramente fasulle, sono quelle che ci raccontiamo da soli,  pensando-ci. Al proposito è utile ricordare che fino al XII secolo un uomo che rifletteva “raccontava a se stesso”,  un secolo dopo lo stesso uomo, “ pensa”.
Ci siamo preparati a questo incontro costruendo, tra l’altro, un ponte. Lo abbiamo posizionato nel punto più sensibile di uno spazio chiuso dall’uomo, ossia  in quell’apertura, la soglia, che è luogo di accoglienza per eccellenza e che, forse, proprio per questo ha rappresentato la prima forma di altare. Abbiamo disposto il ponte in modo tale da non permetterci di superare nulla di ciò che attraversandolo si vorrebbe scavalcare, con ciò simbolicamente riconoscendo che il vero ingresso  nella dimensione dello spirito (nel dojo) si realizza solo quando si riconosce la verità dell’abisso che ci costituisce. Affacciarsi a questo abisso significa prender coscienza della radicalità originaria ed essenzialità della nostra  solitudine. Siamo un’INCARNAZIONE  di MISTERO. Ciò che solo può raggiungerci dell’altro è la parola che accogliamo con fede. Solo un discepolo, da questo ponte, può affacciarsi sull’abisso seguendo il Maestro mentre lo attraversa, ossia nell’imitarlo nella sua disponibilità ad ascoltare la voce dell’abisso, la voce del silenzio.
Confesso di vedere nel Maestro Taiten uno xenocristallo, parola che ho mutuato dalla geologia, per ricollegarmi al fatto che egli è l’autore di un libro intitolato “Fatti di Terra”. Orbene, il termine indica un cristallo che non deriva dallo stesso magma da cui ha origine la roccia  ignea nella quale è incastonato. Il Maestro Taiten è infatti un prezioso “corpo estraneo” un uomo di “un’altra pasta”, di un altro tempo, anzi, per essere più precisi, di un Tempo Altro. Egli vive il tempo e nel tempo della sintonia. Ricordo che un giorno raccontò di come lui stesso non capisse le parole del Maestro Deshimaru, il quale si esprimeva in lingua straniera. Raccontò di come un giorno si sorprese a comprenderle e addirittura ad anticiparne la successione nel discorso del suo Maestro. Tutto ciò fu possibile allorquando Taiten si abbandonò all’evidenza dell’essere agito dal mistero custodito da quelle parole, “dall’amor che tutto move”, direbbe Dante. Quelle parole non dovevano essere collegate tramite ermeneutica ma dal pensiero contemplativo, capace di ascoltare la voce degli abissi che siamo e che solo la grazia di un istante di simpatetica sintonia può farci comprendere.
E’ nella fiduciosa attesa di questo istante di magica comprensione amorosa che, oggi, ci “sediamo devotamente accanto” (senso letterale della parola UPANISHAD) a Lei, Maestro.

Grazie, grazie di cuore !        OM SHANTI

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 08 Luglio 2010 20:08 )