Orientarsi...con Dioniso
Poco prima della partenza ci è stato distribuito un piccolo "manualetto" per riuscire a comprendere al meglio il piano su cui era orientato il pensiero/linguaggio di Dioniso.
Lo riportiamo affinchè tutti possano usufruirne sia per un futuro incontro con Dioniso, sia per puro "piacere" personale...
Vi sembrerà, a primo impatto, che il contenuto si discosti totalmente da quello che nell"immaginario collettivo è considerato " un argomento di yoga"...non fatevi ingannare dalle apparenze!..MAYA è sempre consunstanziale alle IMPRESSIONI, in fondo !!
Mappa essenziale per orientarsi tra i "deliri" di Dioniso
La natura-physis è l’ordine immutabile che nessuna azione umana è capace di violare. La natura ha in sé la sua norma, è vincolata cioè dal sigillo di anànke o necessità . È il limite invalicabile entro il quale il pensiero mitico e filosofico greco pone l’ordine della natura, ossia, il logos. Anànke, che garantisce dunque l’immutabilità del logos, è figurata nell’Antigone di Sofocle dalla quiete del mare che si ricompone alle spalle della nave che solca il mare al suo passaggio. Prometeo stesso non esita a riconoscere che “la tecnica umana è più debole della necessità”. L’uomo non può dominare l’immutabile, dunque è la natura stessa che può svelare. Nasce da queste premesse il concetto di verità come “svelamento-alètheia della natura, la quale per l’uomo contemplativo diventa spettacolo-theorema . Dalla contemplazione–theoria emergono le conoscenze che regolano l’agire e il fare umano. Tutto ciò che è umano rimane dunque inevitabilmente inscritto nell’ambito dei processi naturali. L’uomo, per quanto “signore delle tecniche” (per ciò stesso emancipato dalla condizione animale) non può dominare la natura, anzi è costretto a difendersi. La città antica-polis nasce non per espandersi ma per difendersi. Nella città l’uomo dispiega le sue tecniche, regolate dalla tecnica superiore, ossia la “tecnica politica” le cui leggi-nomoi sono il riflesso della grande legge-nomos che soggiace alle regolarità della natura. Sotto il sigillo di anànke, la natura mostra il suo ciclo crudele (crudeltà senza delitto poiché ogni distruzione è generazione) e innocente di vita-morte. L’una è concessa a condizione che l’altra accada. La morte è naturale, ma l’uomo, in quanto vivente, non si rassegna, resiste quanto può cercando la pienezza del vivere. In ogni vita il greco antico rintraccia un “conatus ” (Spinoza), una “volontà di potenza” (Nietzsche), ossia una forza propulsiva ad affermare il proprio essere ed esserci, una disposizione originaria inscritta nei viventi. La natura crea nel travaglio, dissipa perché qualcosa di riuscito nasca. Ciò che riesce è frutto del “caso”, e di ciò che riesce non si può dunque dire sia il meglio di ciò che sarebbe potuto accadere. Per converso ciò che fallisce non ha minore valore di ciò è riuscito. La natura spreca senza rimpianto, è generosa.Essa non indugia su ciò che muore. Il Greco vede la bellezza di ciò che vive anche se è impermanente e riconosce che tale bellezza scaturisce da uno sterminato dolore. Infatti ciò che vive deve la sua vita a molte morti. Ma dolore e morte, come condizioni inevitabili, mantengono la loro innocenza quindi non sono collegate a qualsivoglia colpa originaria. Esse non hanno bisogno di redenzione, di un altro mondo che riscatti questo. Il Greco non chiede la vita eterna ma, accettando la propria mortalità, chiede una vita lunga (la Grecia è la patria della medicina) e il più possibile felice. La morte per il Greco non ha effetto né malinconico né depressivo. L’uomo è sottoposto al fato - il “già detto”, ma può giocarsi il destino. L’oracolo di Delfi (ricorda il famoso “conosci te stesso”) non ha tanto valenza psicologica ma rappresenta piuttosto un invito a rendersi conto che il destino non è solo determinato dall’esterno ma qualcosa su cui l’uomo può in parte intervenire con la su stessa condotta, con uno stile di vita che “destina il futuro”. C’è per l’uomo uno spazio espressivo dunque, ma in questo spazio si fa evidente l’essenza del tragico. Infatti dal punto di vista umano, la vita appare vivibile come apertura di senso però non può nascondersi quell’implosione di ogni senso che è la morte. Sileno, il satiro che ha educato Dioniso, dopo aver illustrato a Re Mida il carattere illusorio di ogni esistenza individuale esce in quel suo grido riportato da Nietzsche nell’opera “Nascita della Tragedia”: “stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che è vantaggioso per te non sentire? Il meglio, che sarebbe non esser nato, non essere, è per te irraggiungibile ormai. La cosa migliore per te è morire presto”. Lo sguardo da cui nasce tale sentenza non è proprio dell’individuo ma della natura la quale guarda gli uomini come sue creature senza senso e scopo. Ecco la sapienza di Dioniso! Libera da ogni prospettiva antropocentrica essa declama la vita come flusso che divora continuamente le sue forme, forgiandone continuamente di nuove senza fedeltà né memoria. Dioniso è il dio della contraddizione per eccellenza, è un animale e un Dio (i punti terminali che l’uomo porta in sé), ed è per questo che la famosa orgia dionisiaca non si esaurisce in scatenamento di pulsioni ma ospita stati contemplativi, estasi, ossia ciò che è fuori di sé, non momentaneamente, ma originariamente (Nietzsche parla di uomo come animale non stabilizzato).
L’esistenza individuale, generata dalla memoria di sé, quando è percorsa dalla visione dionisiaca percepisce sé stessa come illusione, apparenza. Il tragico spezza la catena dell’individuazione. Ma il Greco, innanzi alla labilità delle apparenze, non rinuncia alla vita, perché scopre nell’insensata crudeltà della natura, quella vitalità assoluta di cui l’uomo è innocente espressione. L’esistenza, colta nella sua essenza dalla sapienza dionisiaca, viene sopportata dal Greco creando l’Olimpo, un composito simposio di forme umane eterizzate. Per il Greco il dolore si deve/può sopportare (non certo amare o abbracciare) con quello stile che deve condurlo a una “bella morte”. E’ nella sua etica sapersi dunque governare nella sofferenza e contrastare come può il dolore.
Il Greco, ci ricorda Pindaro, invoca infatti gli dei non per essere liberato dal male tout court ma dal male presente. Gli dei possono soccorrerlo, salvarlo, ma solo temporaneamente. La colpa di Prometeo, il Titano che vuole emancipare gli uomini, non è il dono che fa loro del fuoco e delle tecniche, ma l’aver distolto gli uomini dal riconoscimento del loro stesso limite che è la morte, infondendo dunque in loro false speranze.
Questo è l’imperdonabile oltrepassamento della misura-mètron. La misura è uno dei caratteri fondamentali del sentire arcaico greco. Non corrisponde all’ottemperanza a una legge espressa da una volontà che ha creato sia il mondo sia l’uomo. La misura nasce dal reperire un ordine per poter vivere una vita buona (Aristotele) e per quanto possibile felice in una natura e vita senza finalità. La vita senza limite è propria solo della natura non delle sue determinazioni (uomo compreso). Rinnegare ciò è l’hybris. L’uomo è signore del tempo che gli è stato assegnato, tempo in cui può dispiegare le sue opere “secondo misura” – katà mètron. La natura è kàos, anzi CHAOS, ossia apertura della vita che si genera e sovrabbondate si diffonde Questa misura non è ricavata dalla natura (che non ha misura) ma da quell’ordine – kosmos che l’uomo riesce comunque a reperire nella natura registrandone le regolarità. Tali regolarità non sono leggi di natura in quanto essa accade al di fuori di ogni legalità, bensì leggi che si applicano partendo dai ritmi e scansioni naturali. La ricerca di tali regolarità è esercizio di phronesis, ossia di saggezza prima ancora che di astuzia.
La saggezza è dunque la capacità di trovare nell’incalcolabilità il giusto mezzo, il punto di equilibrio tra forze contrastanti.
Ultimo aggiornamento ( Giovedì 13 Maggio 2010 14:35 )


